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Un giovane arbitro parla della sua duplice esperienza, prima come calciatore e ora come arbitro di calcio
di Fabio Fioravanti
Cesena, 20 Dicembre 2004
Prima di incominciare a parlare delle analogie e differenze tra vita da calciatore e vita da arbitro, ritengo fondamentale una premessa: tutto quello che sto per dire è strettamente soggettivo e tredici anni di calcio non possono essere paragonati a cinque mesi di arbitraggio. Tuttavia Marco Moretto mi ha chiesto, nel limite del possibile, di paragonarli ed è quello che sto per fare.
Ho deciso di toccare alcuni aspetti in particolare: l’aspetto atletico, comportamentale, l’aspetto relativo alle emozioni ed ai rapporti interpersonali.
Per quanto riguarda l’aspetto atletico, ritengo che la preparazione atletica che ero solito iniziare dalla seconda settimana di agosto e terminare ai primi di giugno con la squadra di calcio, fosse migliore e soprattutto più completa (Cristian Rossi non me ne volere!). Dico questo perché alternavamo momenti di corsa, a dir poco massacrante, a momenti rilassanti com’erano quelli in cui facevamo uno streaching completo e soprattutto utile, che con Cristian era solo un lontano miraggio. Alla corsa e allo streaching, si aggiungevano esercizi con la palla, schemi di gioco, e la tanta amata e attesa partitella che concludeva l’allenamento.
La preparazione atletica, da quando ho cominciato a fare l’arbitro, è ovviamente cambiata: addio agli esercizi con la palla, agli schemi e purtroppo anche alla partitella. Quindi rimangono solo la corsa e gli allunghi che sono solito fare con Tordi (mi raccomando nessuno gli dica che una lumaca lo batterebbe nello scatto!!!), Fuschillo e Taioli. Oltre alla corsa e agli allunghi, da quest’ anno si è aggiunta, quando si fa, la partitella di calcetto al giovedì che trovo un momento utile sia per i rapporti interpersonali sia per “far muovere” un po’ le gambe. Riguardo l’aspetto comportamentale bisogna dire subito che tra calciatori e arbitri c’è un abisso dovuto, in primo luogo, ad una mancata conoscenza del regolamento del gioco del calcio da parte dei calciatori. Io stesso quando ho “studiato” per diventare arbitro, mi sono reso conto che non ero a conoscenza di certe regole che mi portavano a lamentarmi con l’arbitro (3 ammonizioni su 5 erano per proteste). A difesa dei calciatori devo dire però che la mancata conoscenza di alcune regole non è solo esclusivamente colpa loro, perché a volta sono gli stessi allenatori a dare errata spiegazione delle regole di gioco (es. gioco da terra). Un altro aspetto di differenziazione è costituito dal modo in cui i giocatori sono soliti presentarsi in campo. A secondo dell’età, si è soliti seguire un certo tipo di moda che può essere la classica maglietta fuori dai pantaloncini, gli adorati pantaloncini a cavallo basso che arrivano alle ginocchia, fino ad arrivare alle più strane pettinature.
Nel mondo arbitrale non è sicuramente così: le capigliature più strane sono un ricordo, tenere la maglietta fuori è considerato quasi un reato, ed i pantaloncini devono essere quasi ascellari. Proprio sui pantaloncini vorrei spendere due parole: accetto che la maglia debba essere tenuta dentro, ma i pantaloncini (anche se quando giocavo a calcio non l’ho mai fatto) lasciateceli portare come più ci piace, ossia lunghi!!! Tutti mi dicono che non è estetico vedere un arbitro con i pantaloncini a cavallo baso, ma io dico che è solo una convinzione degli arbitri e degli osservatori “più vecchi” perché nessuna fa caso ai pantaloncini degli arbitri perché in campo tutti li portano lunghi. Il massimo che il pubblico potrà dire è che l’arbitro li porta alla moda e che è un modo di rappresentare la sua età nel modo più naturale che si possa fare su un campo di calcio. Chiudo così questa mia digressione sul modo di portare i pantaloncini (vanno lunghi e basta!!!) e torno all’ aspetto comportamentale dell’ arbitro riportando due mie esperienze. Nella partita “Del Duca – Santa Sofia”, juniores provinciali, ho ricevuto un rimprovero dall’ osservatore per essermi fermato a parlare un paio di minuti con l’allenatore della squadra di casa che si agitava in panchina. L’ osservatore mi ha detto che quel mio modo di fare non era consono al comportamento che un arbitro deve tenere in campo. In un’ altra partita di juniores provinciali, “Borello – Cusercolese”, l’osservatore mi ha fatto notare che quando fischiavo un fallo, non dovevo spiegare la mia decisione ai calciatori. Beh, forse fermarsi a parlare con l’ allenatore un paio di minuti è sbagliato, ma il fatto di spendere due secondi della partita per spiegare una mia decisione dicendo due o tre parole non mi sembra affatto sbagliato, anzi forse è la mancanza di comunicazione da parte di certi arbitri che fa irritare i giocatori. Secondo la mia esperienza di calciatore, bastano infatti poche e veloci parole per far capire ai giocatori qual’ è il modo con cui uno intende arbitrare evitando così proteste inutili. Invece le indicazioni che ci vengono date per arbitrare, ossia gesticolare poco e parlare ancora meno, sono secondo me sbagliate, e rovinano il rapporto di fiducia e collaborazione tra arbitro e giocatore.
L’ ultimo aspetto su cui ho deciso di scrivere, è quello relativo alle emozioni e ai rapporti interpersonali. Quando giocavo a calcio ho provato una serie di emozioni legata alla gioia di vincere il campionato, alla delusione per aver perso una partita a cui si teneva particolarmente e all’ attesa del derby del fine settimana. Anche nel nostro piccolo il derby era molto importante: ci si allenava con più convinzione, il gruppo si univa di più, e magari capitava che a tutti gli allenatori si presentassero ragazzi che di solito si allenavano raramente. In tutti noi c’ era la voglia di giocare, ma in particolare c’ era il desiderio di partire come titolari per vivere dal primo minuto la partita. Per controllare la grossa carica agonistica che alcuni giocatori avevano in certe partite, era fondamentale la presenza di un arbitro di un certo spessore. Anche l’ arbitro fa scaturire certe emozioni, ed è quindi fondamentale che questo trasmetta fiducia e sicurezza per cercare di tenere a freno la grinta dei giocatori che può trasformarsi in cattiveria a seguito di qualche decisione arbitrale discutibile (da parte dei giocatori) cambiando talvolta le sorti della partita.
A livello arbitrale, tutte queste emozioni svaniscono per lasciare posto ad altre che ancora non so descrivere con precisione. So solo che quando scendo in campo cerco di dare sempre il massimo, provando a sbagliare il meno possibile. Sicuramente sono felice quando arbitro, anche perché senza la figura dell’ arbitro il gioco del calcio non sarebbe così bello (e questo lo sanno anche i calciatori) e poi fare l’ arbitro mi da la possibilità di restare nel mondo del calcio che tanto amo.
Devo essere sincero: mi piaceva molto di più giocare che fare l’ arbitro, ma forse dico questo perché ancora il mio bagaglio di esperienze in questo ruolo è scarso, mentre in tredici anni di calcio sono riuscito a vivere momenti che mi hanno sicuramente aiutato a crescere.
Concludo, ricordando che tutto quello che ho scritto è strettamente soggettivo.